La Lettera Amarelli
Nel 1967, sulla scena del dilagante e popolare fenomeno dei Templarismo, apparve un testo prodotto da Alfredo Gradilone che sembrava alterare secoli di storia templare.
Si trattava di un documento ritrovato nella biblioteca del Palazzo Amarelli di Rossano, in Calabria ed ebbe nome di Lettera Amarelli.
Dopo iniziale indifferenza o modesta attenzione, suscitò una pioggia di commenti, in genere critici e negativi per le affermazioni contenute, palesemente contrastanti con le versioni correnti della storie di Ugo e dei suoi Cavalieri.
Il documento fu considerato coerente con il tentativo degli Amarelli di ottenere una patente di nobiltà, in forza della partecipazione alla Crociate dell’antenato Alessandro Amarelli.
Ciò sarebbe in sé irrilevante per uno studio storico corretto, perché anche questo genere di Fonti non va rifiutato ma semplicemete valutato criticamente, come ogni altra Fonte.
La tesi della Lettera Amarelli però conteneva elementi troppo sconvolgenti per coloro che, dal 1726, avevano deciso che Ugo e i Templari erano francesi e che l’Ordine fosse stato fondato a Troyes, en Champagne. E su questa tesi avevano costruito un immenso sistema economico di testi, docenze, conferenze, oggetti commerciali, versioni cinematografiche.
E soprattutto gli storici allineati e accreditati avevano creato un sistema culturale e accademico autoreferenziato, dove ciascuno, in modo incrociato, sosteneva le tesi degli altri, in un processo circolare inestricabile.
Da Hierusalem a 18 d’ottobre 1103
… Da poi che gionsimo qua in Hierusalem io et Alessandro mio cordialissimo fratello con li altri Gentiluomini nostri compagni, tra dieci ch’eravamo, Io, et Alessandro fummo eletti ch’andassimo a baciar la mano et far riverenza alla Maestà del Re Balduino, et havendogli raggionato della nostra ferma deliberatione di havere a guardare et far sicuri tutti quelli passi per dove li fedeli christiani vengono a visitare lo Santo Sepolchro, et che sempre sono da Assassini infideli molestati, et che da noi da gentil’homini d’honore per l’amor di nostro Sig.r Giesù promettemo d’osservare con voto di voler morire in ogni modo, che mancare di farlo, e tanto più che molti altri dei nostri concorreno a detta difesa: Da S. M.tà fummo assai lodati, et con abbracciamenti come veri figliuoli licenziati….
Questo estratto della cosiddetta Lettera Amarelli, ben più ampia, rivela alcuni fatti sorprendenti e in aperto contrasto con le versioni dominanti.
- La fondazione dei Templari appariva antecedente al 1103, prossima quindi alla conquista di Gerusalemme, del 1099.
- Era dunque già avvenuta sotto Goffredo di Buglione, come altre fonti segnalano.
- Il Santo Sepolcro era il luogo carismatico di riferimento.
- Lo scopo non era bellico ma di assistenza ai pellegrini.
- I cavalieri erano 10 e, per la morte precoce di Alessandro, si sarebbero poi ridotti al mitico numero di 9.
- Il voto fondamentale che i fondatori professavano concerneva il sacrificio della propria vita, per difendere la loro missione.
Perché anche questa fonte sia sottoposta a verifica di credibilità, ci si deve chiedere:
Se la Lettera fosse un falso elaborato nel ‘600, come molti sostengono
– perché non avrebbe citato i prestigiosi Templari?
– perché avrebbe contrastato l’ormai consolidata idea, nel ‘600, della vocazione guerriera?
– perché non citò la presunta forma “monacale”?
Non esisteva ragione perché un “falso” del 1600, volto a consolidare la nobiltà della famiglia Amarelli, non approfittasse della mitologia che avvolgeva Templari e Guerra Santa, collegandola con un prestigioso Hugues de Payns francese.
Il “caso Amarelli”
Questo documento è dunque testo il più antico e autentico che venga attribuito alla mano di Ugo de Paganis e che parli della fondazione dei Templari, Poveri Compagni di Cristo, nel 1003, avendo come autore lo stesso Ugo de Paganis.
Dell’originale si è persa traccia nella biblioteca della famiglia Amarelli che la custodiva ma, sempre presso gli Amarelli, era celata in un testo del 1469, una traduzione autenticata e confrontata con l’originale da un notaio.
La Lettera presenta una forte coerenza con altri documenti coevi.
Al di là dei contenuti, ciò che interessa rilevare è il fatto che la traduzione autenticata nel 1617 riappare per precisa indicazione di uno studioso, Alfredo Gradilone, nel 1967 suscitando, dopo iniziale indifferenza, una pioggia di critiche, perché ritenuta contestuale con il tentativo degli Amarelli di ottenere una patente di nobiltà, in forza della partecipazione alla Crociate dell’antenato Alessandro.
Resta comunque il fatto che
– è il testo più antico, fosse anche del 1617, che apre uno spiraglio sulla famiglia di Ugo de Paganis;
– è corente con le tesi di Simon de S. Bertin del 1140;
– è coerente con il racconto di Scipione Mazzella del 1594;
– è coerente con le genealogie di Filiberto Campanile del 1610;
– è coerente con l’attestato del notaio Berardinus Frecentesius del 1617;
– è coerente con le ricostruzioni familiari di Blaise de Pagan del 1645.
Passerà ancora un secolo, prima che René Aubert de Vertot decida che Hugues da Payns è francese.
E in questa data la storiografia francese deciderà autonomamente che l’origine francese è l’unica vera e tutti gli storici successivi si adegueranno.
L’autenticazione
In calce alla Lettera, nella versione tuttora esistente, è presente un’autenticazione notarile fatta apportare da Cornelio Amarelli nel 1617, nella quale si segnala che essa è la traduzione di un originale latino.
Fidem facio ego notarius Joannes Berardinus Frecentesius de Neap sistens In Curia Julij Cesaris Guadagni Regie Curie Notarij p.ntem copiam fuisse extractam a quadam litera in cartamembrana descripta latine Impressione sigilli in pede suprascritto a tergo mihi exibita a Cornelio Amarelli Nobilium Ciuitatis Rossani Regni huius ipso exibente Restituta de facta collone.m concordat mel. tamen semper salua. Et in fidem rogatus pr.tem feci et signavi Neap. Die quarta Aug.ti 1617
I.B. F.
Io notaio Giovanni Berardino Frecentesius di Napoli, operante nella Curia di Giulio Cesare Guadagni, notaio della Regia Curia, certifico che la presente copia fu estratta da una lettera in cartapecora in forma latina, con l’impressione di un sigillo posto in calce a tergo, a me esibita da Cornelio Amarelli, dei nobili della Città di Rossano di questo regno, allo stesso restituita, con la quale concorda in base alla collazione eseguita, fatta salva ogni migliore collazione possibile. Chiamato a testimoniare feci la presente dichiarazione e la firmai, a Napoli, il 4 di agosto del 1617.
I.B. F.
Le ricerche condotte sul notaio Giovanni Bererdino Frecentesio hanno condotto ad un’ampia conoscenza sulla sua persona e sulla sua professionalità.